09 ott 2026 · selos.ai
Gli indici di bilancio sono rapporti tra due voci dello stato patrimoniale o del conto economico che trasformano un bilancio in poche domande con una risposta numerica: l'impresa guadagna abbastanza sul capitale che usa? Riesce a pagare i debiti in scadenza? Si regge sui propri mezzi o su quelli della banca? Presi da soli non dicono quasi nulla; letti insieme, e confrontati nel tempo, sono il modo più rapido per capire dove guardare.
Sono anche il linguaggio con cui il bilancio viene letto dall'esterno: dalla banca che valuta un fido, dal fornitore che decide un plafond, dal commercialista che prepara la relazione. Conoscerli serve prima di tutto a non scoprire da altri come appaiono i propri numeri. Sono uno dei pezzi del controllo di gestione che guarda indietro, all'esercizio chiuso.
Gli schemi del bilancio civilistico, previsti dagli articoli 2424 e 2425 del codice civile, sono costruiti per la pubblicazione, non per l'analisi. Lo stato patrimoniale separa le voci per natura, e non sempre per scadenza; il conto economico mescola gestione caratteristica, finanziaria e straordinaria in un ordine che non fa emergere i margini intermedi.
Per calcolare indici che abbiano senso si riclassificano entrambi.
Un dettaglio che cambia i numeri: i crediti verso clienti e i debiti verso fornitori in bilancio includono l'IVA, i ricavi e gli acquisti no. Negli indici di durata va tenuto presente, come si vede nell'esempio più avanti.
Gli indici utili per una PMI sono una dozzina, raggruppati in quattro domande.
Conviene calcolarli sempre sugli stessi dati, con le stesse definizioni, per almeno tre esercizi. Un indice isolato è un numero; la sua tendenza è un'informazione.
Un'impresa commerciale con questi valori riclassificati, in migliaia di euro.
Stato patrimoniale:
Conto economico:
Gli indici che seguono sono tutti calcolati su questi numeri.
ROE, rendimento del capitale proprio: utile netto diviso patrimonio netto. Qui 60 su 450, cioè 13,3%. È la misura che interessa ai soci, e va confrontata con quanto renderebbe lo stesso capitale investito altrove con un rischio simile.
ROI, rendimento del capitale investito: EBIT diviso capitale investito. Qui 120 su 1.500, cioè 8,0%. Misura la redditività della gestione indipendentemente da come è finanziata: è l'indice con cui si confrontano imprese con strutture di debito diverse.
ROS, redditività delle vendite: EBIT diviso ricavi. Qui 120 su 2.000, cioè 6,0%. Dice quanto resta di ogni euro venduto dopo i costi operativi e gli ammortamenti.
Rotazione del capitale investito: ricavi diviso capitale investito. Qui 2.000 su 1.500, cioè 1,33. Il ROI è il prodotto di ROS e rotazione: 6,0% per 1,33 dà 8,0%. Questa scomposizione è la prima cosa da guardare quando il ROI cambia: è sceso perché si guadagna meno su ogni vendita, o perché per vendere serve più capitale, per esempio più magazzino o crediti più lenti?
Lo stesso si può fare con il ROE: è il ROI moltiplicato per il rapporto tra capitale investito e patrimonio netto (1.500 su 450, cioè 3,33) e per la quota di EBIT che arriva a utile netto (60 su 120, cioè 0,5). 8,0% per 3,33 per 0,5 dà 13,3%. Una parte importante del ROE di questa impresa viene dal debito, non dalla gestione: va bene finché il ROI resta sopra il costo del debito, qui circa il 6% (30 di oneri su 500 di debiti bancari).
Current ratio, o indice di disponibilità: attivo corrente diviso passività correnti. Qui 900 su 650, cioè 1,38. Sopra 1 l'attivo a breve copre i debiti a breve; ma dentro l'attivo corrente c'è il magazzino, che non si trasforma in cassa a comando.
Quick ratio, o indice di liquidità secondaria: attivo corrente meno rimanenze, diviso passività correnti. Qui 650 su 650, cioè 1,00. È la prova più severa: senza vendere il magazzino, l'impresa copre esattamente i debiti a breve, e solo se tutti i clienti pagano puntuali.
Il capitale circolante netto, attivo corrente meno passività correnti, è qui di 250. Lo stesso valore si ottiene dal lato delle fonti, ed è il collegamento con gli indici di solidità.
Gli indici di liquidità fotografano un giorno, il 31 dicembre. Se il bilancio dice che il quick ratio è 1 ma ogni mese c'è una settimana in cui il conto va in rosso, la risposta non è nel bilancio: è nella previsione di cassa a 13 settimane e nel rendiconto finanziario, che spiega dove è andata la liquidità generata.
Margine di struttura primario: patrimonio netto meno attivo immobilizzato. Qui 450 meno 600, cioè meno 150. Il capitale proprio non basta a coprire gli investimenti durevoli: per una PMI è frequente e non grave in sé.
Margine di struttura secondario: patrimonio netto più passività consolidate, meno attivo immobilizzato. Qui 850 meno 600, cioè più 250. Questo invece conta: gli investimenti di lungo periodo sono coperti da fonti di lungo periodo. Se fosse negativo, l'impresa starebbe finanziando capannoni e macchinari con il fido di cassa e con i fornitori, ed è una delle situazioni che una banca nota per prime. Non è un caso che coincida con il capitale circolante netto: sono due modi di guardare lo stesso equilibrio.
Rapporto di indebitamento: capitale investito diviso patrimonio netto. Qui 3,33: per ogni euro dei soci ci sono 2,33 euro di debiti di qualunque natura. Più è alto, più il ROE è amplificato, nel bene e nel male.
Posizione finanziaria netta su EBITDA: debiti bancari meno liquidità, divisi per EBITDA. Qui 500 meno 150, cioè 350, su 180: 1,94. Dice in quanti anni di margine operativo lordo l'impresa ripagherebbe il debito finanziario netto, ed è l'indice che le banche guardano di più. Come si calcola la PFN, voce per voce, è spiegato nella guida alla posizione finanziaria netta.
Copertura degli oneri finanziari: EBITDA diviso oneri finanziari. Qui 180 su 30, cioè 6. Il margine operativo copre sei volte gli interessi.
Giorni di incasso dai clienti: crediti verso clienti diviso ricavi, per 365. Sui numeri grezzi, 480 su 2.000 per 365 dà 88 giorni. Ma i crediti includono l'IVA e i ricavi no: togliendo l'IVA al 22% dai crediti si arriva a circa 72 giorni, che è il dato da confrontare con le condizioni di pagamento concesse.
Giorni di pagamento ai fornitori: debiti verso fornitori diviso acquisti, per 365. Sui numeri grezzi 116 giorni, al netto dell'IVA circa 95.
Giorni di magazzino: rimanenze diviso acquisti, per 365, circa 76. La formula più precisa usa il costo del venduto al posto degli acquisti; per un'impresa commerciale con magazzino stabile la differenza è piccola.
Sommando magazzino e incassi e togliendo i pagamenti si ottiene la durata del ciclo del circolante: 76 più 72 meno 95, circa 53 giorni. Sono i giorni in cui l'impresa ha già pagato il fornitore ma non ha ancora incassato dal cliente, e quei giorni vanno finanziati. Allungare di dieci giorni gli incassi, con ricavi di 2 milioni, significa trovare circa 67.000 euro di liquidità in più, cioè ricavi IVA inclusa per 10 su 365: a questo servono gli indici di durata, a tradurre una condizione di pagamento in euro.
Presi uno per uno, gli indici dell'esempio sono tutti accettabili. Letti insieme raccontano un'impresa che guadagna in modo discreto sulla gestione (ROI 8%), che ottiene un buon ROE soprattutto grazie al debito, che ha una struttura equilibrata sul lungo periodo ma una liquidità senza margine: il quick ratio a 1 significa che basta un cliente importante che paga in ritardo per dover chiedere più fido.
Le leve, di conseguenza, sono due e sono concrete: accorciare gli incassi, che libera cassa e abbassa il debito a breve, e proteggere il ROS, perché se il ROI scendesse sotto il costo del debito l'effetto leva lavorerebbe al contrario e il ROE calerebbe più in fretta del ROI.
Usare il bilancio non riclassificato. Il current ratio calcolato sulle voci civilistiche, con crediti oltre l'anno mescolati a quelli a breve, è un numero che non corrisponde a niente.
Confrontare con medie di settore generiche. Una media nazionale mescola imprese troppo diverse per dimensione e modello. Il confronto più utile è con se stessi negli anni, e poi con pochi concorrenti diretti dai bilanci depositati.
Guardare un solo indice. Un ROE alto con un rapporto di indebitamento alto e un quick ratio sotto 1 non è una buona notizia.
Fermarsi al bilancio annuale. Gli indici calcolati una volta l'anno, a maggio, descrivono una situazione vecchia di cinque mesi. Calcolati su conti trimestrali o mensili diventano uno strumento di gestione.
Gli indici annuali si possono calcolare a mano partendo dal bilancio depositato. Il passo successivo, cioè seguirli durante l'anno, dipende dall'avere un conto economico riclassificato aggiornato ogni mese con la stessa struttura.
In selos.ai il conto economico si legge in due riclassificazioni, a valore aggiunto e a margine di contribuzione, con lo stesso EBITDA calcolato in tempo reale e, per ogni periodo, l'indicazione se il dato viene dal caricamento del commercialista o dalle fatture: come funziona il controllo di gestione.
Per iniziare ne bastano sei: ROI e ROS per la redditività, current ratio e quick ratio per la liquidità, margine di struttura secondario e posizione finanziaria netta su EBITDA per la solidità. A questi si aggiungono i giorni di incasso e di pagamento, che traducono le condizioni commerciali in fabbisogno di cassa.
Il ROI misura il rendimento di tutto il capitale investito nella gestione, comunque finanziato; il ROE misura il rendimento del solo capitale dei soci. La differenza tra i due dipende dal debito: se il ROI supera il costo del debito, il ROE è più alto del ROI, altrimenti è più basso.
Non come prospetto a sé. L'articolo 2428 del codice civile chiede che la relazione sulla gestione contenga, nella misura necessaria a comprendere la situazione dell'impresa, gli indicatori di risultato finanziari e, se del caso, non finanziari. Le società che redigono il bilancio in forma abbreviata ai sensi dell'articolo 2435-bis possono essere esonerate dalla relazione, a determinate condizioni.
Un riferimento diffuso è tra 1,5 e 2, ma dipende molto dal settore: una catena di negozi che incassa subito e paga a 60 giorni può lavorare stabilmente sotto 1. Più del valore assoluto conta la tendenza e il confronto con il quick ratio, che toglie il magazzino.
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